Ricordo ancora la Dott.ssa D. quando, nei suoi amorevoli-fintofreddi tentativi di trattenermi nella stanzetta dalla luce fioca, con la sua voce arrochita dalle sigarette che fingeva di non fumare nelle pause tra pazienti, mi diceva "Progetti, Roberta, progetti. Lei deve progettare la sua vita".
E io non solo non capivo che cazzo volesse dire, ma soprattutto mi veniva un'ansia da prestazione al pronunciarsi della lettera "p" del termine che mi si marchiava dentro come una condanna, una sentenza definitiva senza possibilità di appello.
Nel tempo quel "progetti" è diventato tra me e Zio Sacha, paziente anche lui della D.ssa D., un "progettualizzi".
Risate sulle espressioni che io e Zio assumevano al punto del "progettualizzi", guardando nell'angolo in alto della stanza (troppo piccola per la gigantessa che ci curava), guardando in basso sul pavimento o sul tappeto etnico, facendo sì con il capo senza dire una parola, o mantenendo lo sguardo da platessa inespressivo di chi parla un'altra lingua.
Ma il risultato era sempre lo stesso: "ma che cazzo vordì progettualizzo? ma che devo progettà?".
Eppure ora, dopo quasi 10 anni dalla mia analisi, ora che il viso della D.ssa D. è quasi scomparso, sbiadendo sempre di più nei miei ricordi, vorrei poterglielo dire.
"Sì D.ssa D., ora progettualizzo, ora riesco a progettualizzare e traggo giovamento dalla cosa". Come un traguardo raggiunto nei 10 anni.
Ma le vorrei anche poter chiedere "D.ssa D. adesso che progettualizzo tutto, che cazzo devo fare?".



by BabaaYaga | categoria: |